Giorgio Bedei




Donne, primedonne, cavalieri e gagà.

Il magico mondo in cartapesta di Giorgio Bedei

 

Plasmare, prima ancora che disegnare, è il gesto creativo più spontaneo e quasi primordiale. Giorgio Bedei dichiara con ironia di non saper disegnare, pur amando molto il disegno, l’illustrazione e il fumetto, e di aver scelto perciò di plasmare portando dapprima in tre dimensioni i protagonisti dei suoi fumetti preferiti. Ha scelto la cartapesta, antica tecnica di origine toscana, e dopo aver visitato botteghe artigiane in tutta Italia, ha messo a punto da autodidatta una tecnica personale, usando fogli sovrapposti di carta strappata, fil di ferro, colla. Nei suoi soggetti attuali, man mano che il suo lavoro matura, ama oggi lasciare che la carta parli da sé, che si intravveda lo strappo, il farsi spontaneo della forma e il corrugarsi della superficie mentre la carta si asciuga. Come un disegnatore che ami mostrare in filigrana il segno che sottende l’immagine finita.

Non dipinge i colori, ma li recupera dalla carta che trova e anche compra se gli piace e gli accende la fantasia. Così, un frammento della Gazzetta dello Sport può dare l’incarnato roseo ad un volto, uno strappo di carta da polenta accende il biondo di una chioma.

Descrivendo i suoi soggetti si dovrebbe sottolineare la sua predilezione per la “figura umana” e soprattutto per la “figura femminile”, ma la terminologia accademica suona estranea al temperamento di Giorgio che predilige francamente “le donne”. Molto le guarda e molto le studia, sono quasi un’ossessione, ma un’ossessione tranquilla, contemplativa, essendo Giorgio uomo flemmatico e ironico, e poi romagnolo, quindi esposto, se non altro per radici culturali, a quel modo affabulante e onirico di parlar di donne che fu espresso in modo sommo dal cinema di Fellini.

Le donne di Giorgio sono formose e provocanti, ingenue e tenere, leggiadre e sottili, sofisticate e altere, affascinanti, seducenti, donne fatali o comunque primedonne del suo immaginario. Sembra rapirne l’anima mentre scorrono sotto il suo sguardo, con un guizzo del fil di ferro ne blocca il movimento con gesto veloce, poi passa a catalogarle con la compassata oggettività del collezionista di farfalle: donne che piangono, damine, donne stese, donne che danzano, donne in abito lungo, ecc. Si tratta di un catalogo in crescita di esemplari che via via affollano gli scaffali del suo laboratorio che è un mondo di forme, gesti, colori, sguardi e, se si porge l’orecchio, di voci e sussurri.

Giorgio è il dominus di questo campionario di donne che comanda incontrastato. Al massimo gli si affiancano i pochi “uomini” usciti dalle sue mani, con lo stesso estro che ne capta il dinamismo, ma trattasi di eleganti Gagà vanesi e inconcludenti (come I vitelloni di Fellini), o affranti Don Chisciotte già vinti in partenza, ripiegati su cavalli esausti, o acrobati del circo in equilibrio instabile su cavalli scalpitanti, personaggi tutti destinati a cedere il passo a un universo femminile che trionfa in souplesse su uomini e animali.

LUCIA MATINO